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“Permetterci di essere più indulgenti e più affettuosi. Più umani”: è l’auspicio dello scrittore israeliano David Grossman, Premio Hemingway 2020 per la Letteratura, in vista di una società umana post-pandemica. Le sue dichiarazioni sono un’anticipazione tratta dal dialogo che terrà domani 26 giugno, alle 18, in streaming sul sito premiohemingway.it: un’intervista condotta dallo scrittore Alberto Garlini, presidente della Giuria del Premio. «Dopo avere vissuto un’esperienza così traumatica, che ha distrutto tutto ciò che davamo per scontato, dovremmo essere un po’ più modesti riguardo alle nostre aspettative, più comprensivi gli uni con gli altri – osserva ancora Grossman -. Per un po’ potremmo mettere da parte la nostra naturale aggressività, l’ostilità e la diffidenza. Quanto a me: durante il Coronavirus volevo fare due cose: scrivere libri per bambini, per essere infuso di speranza e di gioia di vita. E ne ho scritti due. E volevo leggere libri, ma solo libri che fossero più vecchi di me». Grossman sarà premiato sabato, alle 18.30: la cerimonia si svolgerà sempre online, sul sito premiohemingway.it e inoltre sui social del Premio Hemingway, sul sito e i social di pordenonelegge (pordenonelegge.it) e del Comune di Lignano Sabbiadoro (lignano.org). Ma il Premio Hemingway 2020 si apre oggi, alle 18, su premiohemingway.it, con l’intervista a Guido Guidi condotta dallo storico della fotografia Italo Zannier. La Giuria della 36ª edizione è composta dagli scrittori Alberto Garlini (presidente) e Gian Mario Villalta, con lo stesso Zannier, il sindaco di Lignano Luca Fanotto e il presidente della Regione Fvg Massimiliano Fedriga, ed è operativa in sinergia con gli assessori alla Cultura, della Regione, Tiziana Gibelli, e del Comune turistico, Ada Iuri. Insieme a David Grossman sono premiati quest’anno l’astronauta dell’Esa Samantha Cristoforetti, lo storico Alessandro Barbero e il citato maestro della fotografia Guido Guidi.

«Devo ammettere: di solito le persone ritornano alle loro vecchie modalità, ai luoghi che conoscono, ai vecchi comportamenti – spiega ancora Grossman -. Forse, però, dopo questo choc, dopo avere provato quanto siamo fragili, quanto sia breve la vita e limitato ogni tipo di potere, dopo esserci resi conto che eravamo più attaccati al denaro che al nostro tempo, spero che alla fine un po’ di questo ci resterà, almeno ancora per qualche mese. E che quando torneremo alla nostra vita abituale, alla nostra routine, ci ricorderemo ciò che abbiamo passato, il buio che ha gravato su di noi, e forse questo, voglio sperare, influirà sul nostro comportamento, sul rapporto con gli altri».
Dallo scrittore israeliano arriva anche una dichiarazione appassionata di solidarietà e di affetto per l’Italia: «Sin dall’inizio dell’esplosione del virus – racconta Grossman – chi ama l’Italia ha seguito con grande apprensione e con dolore gli sviluppi della pandemia. Per me l’Italia ha un legame così profondo con le cose belle, con le belle persone che ho conosciuto, col calore della gente, con la generosità e la bellezza di ogni singolo paesaggio. E il pensiero che ora, su tutto questo, grava la pesante nube della pandemia, che tante persone ancora muoiono, tante perdono il lavoro e soffrono, è davvero molto doloroso, e lo seguiamo come se stesse accadendo da noi, nel nostro Paese. Spero davvero che il nostro prossimo incontro sarà più normale, più umano, da persone reali: che potrò vedervi negli occhi, stringervi la mano e potremo sorridere insieme, che potremo comportarci come la gente dovrebbe comportarsi».
Il Premio Hemingway 2020 è stato assegnato a David Grossman “per i romanzi carichi di sensibilità e ricchi di un’immaginazione che si dispiega pagina dopo pagina in architetture romanzesche perfette e innovative, fino alle pieghe più nascoste, sofferte e vive dell’animo umano. I suoi personaggi ci sorprendono perché sanno andare oltre i propri limiti e le proprie inibizioni, sanno soffrire, parare i colpi che arrivano dal passato, rinnovarsi, rinascere e imparare a far proprio un linguaggio affettivo nuovo per guardare l’altro – e se stessi – sotto una luce diversa”. Del suo ultimo libro, “La vita gioca con me” (Mondadori) Grossman ricorda: «Tutto è iniziato un giorno, quando è squillato il telefono di casa e c’era questa donna, con una voce molto decisa, e ha detto “David”, mi ha chiamato così, con l’accento di Ben Gurion, il nostro leggendario primo ministro, e poi ha iniziato a parlarmi e a raccontarmi di lei. E la storia della sua vita era una delle storie più incredibili che avessi mai sentito. Ho scritto questa storia ispirandomi alla vera storia di una donna straordinaria, Eva Panic Nahir, che viveva in un kibbutz in Israele. Se il libro che scrivo non mi trasforma, per me non ha scopo scriverlo. Non accade con ogni libro, purtroppo, ma con molti libri è successo: li scrivo e poi, d’improvviso, capisco qualcosa. Solo attraverso la scrittura lo capisco».

E sull’eterna questione legata al suo Paese, Grossman commenta: «Si parla sempre di come Israele e Palestina, di come le narrative dei due popoli si scontrino tra loro, e io odio questa parola, “narrativa”, penso che la narrativa sia una storia umana che si è congelata, che è morta. Il mio desiderio di scrittore è quello di riuscire ad ammorbidirla, a massaggiarla per renderla meno rigida, meno legnosa, per darle movimento. Senza movimento non c’è vita. Ed è questo che mi auguro che la mia scrittura riesca sempre a fare. Da anni in Israele non abbiamo più un dialogo interno, abbiamo solo accuse reciproche, violenza reciproca e sospetto, tra israeliani e israeliani, tra parti diverse, tra destra e sinistra, tra sfera religiosa e secolare, tra vecchi arrivati e nuovi arrivati. Il dialogo è morto tra questi gruppi. Se non c’è dialogo, non c’è ideologia. Qualcuno potrebbe dire che, tutto sommato, nel 2020 non abbiamo bisogno di ideologie. Invece io credo che ne abbiamo un grande bisogno, forse più di prima, perché ci sentiamo così sradicati e fragili, talmente soli. Dobbiamo parlare con i palestinesi, dobbiamo avviare delle trattative, dobbiamo cambiare la situazione, altrimenti rimarremo intrappolati in questa guerra infinita per sempre. Ma ci sono sempre più agenti di violenza e di ostilità tra i due popoli e ogni giorno sempre meno agenti di pace. E quegli agenti di guerra non faranno che generare sempre più guerra. Perché conoscono solo quella, questo è il loro Dna, il Dna della guerra, dell’odio e del sospetto. La forza che mi ha attratto mentre scrivevo è il potere del dialogo: il dialogo che con molta prudenza e con dolore rivela segreti, segreti che sono oscuri, dolorosi e terribili, ma che d’un tratto, una volta eliminati dai polmoni, ti fanno tornare a respirare».

David Grossman (Gerusalemme, 1954), noto per il suo impegno in favore di una soluzione pacifica della questione palestinese, è uno dei più grandi narratori contemporanei. È diventato un caso letterario nel 1988 con Vedi alla voce: amore, seguito da Il libro della grammatica interiore, Ci sono bambini a zigzag, Che tu sia per me il coltello, Qualcuno con cui correre, Col corpo capisco, A un cerbiatto somiglia il mio amore, Caduto fuori dal tempo e Applausi a scena vuota, vincitore del prestigioso Man Booker International Prize nel 2017, infine La vita gioca con me. Suoi sono anche alcuni celebri libri inchiesta dedicati alla questione palestinese: Il vento giallo, Un popolo invisibile, Con gli occhi del nemico, La guerra che non si può vincere.

 

Il Premio Hemingway 2020 è promosso dal Comune di Lignano Sabbiadoro con il sostegno degli Assessorati alla Cultura e alle Attività Produttive e Turismo della Regione Friuli Venezia Giulia, attraverso la consolidata collaborazione con la Fondazione Pordenonelegge.

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In copertina, David Grossman in una foto di Claudio Sforza.

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